L’AIDS che conosciamo

Era l’inverno del 1981 quando il figlio di amici di famiglia morì.
Il suo sistema immunitario non era più in grado di proteggerlo nemmeno dalle infezioni più banali. Ricordo la cecità parziale, poi totale, poi la morte. In Italia c’erano stati un paio di casi simili.
Ero piccola, ma lo ricordo bene. Aveva appena vent’anni, era un ragazzo come tanti. Non più bello, più alto o più simpatico. Il vicino di casa che tutti abbiamo.
Il 1° dicembre di quello stesso anno venne diagnosticato il primo caso di AIDS.
La malattia venne chiamata col suo nome.
Da allora in quella data si celebra la giornata mondiale contro la l’AIDS, volta a sensibilizzare le coscienze sull’incidenza della malattia sulla popolazione e sui metodi di prevenzione.
Finora l’AIDS ha ucciso più di 25milioni di persone, e se ad essere colpiti sono soprattutto i paesi africani, va segnalato che in Italia si registrano 4mila nuovi casi all’anno di malattia conclamata, con una maggiore incidenza sugli individui eterosessuali con più di quarant’anni.
Da anni le campagne informative pongono l’attenzione sull’universalità del contagio, che non riguarda solo omosessuali e tossicodipendenti, che nell’immaginario collettivo spesso rappresentano gli untori da ghettizzare. L’AIDS è davvero democratico.
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